Il Libro Tibetano

del Vivere e del Morire

Il Libro Tibetano del Vivere e del Morire

Che cosa spero da questo libro?

Di ispirare una rivoluzione silenziosa nel modo in cui guardiamo alla morte e alla cura per i morenti e per il modo in cui guardiamo alla vita e pensiamo agli esseri viventi.

– Sogyal Rinpoche –

Questo testo di Sogyal Rinpoche è diventato ben presto un classico spirituale ampiamente apprezzato in tutto il mondo ed è   ampiamente considerato come una delle più complete e autorevoli presentazioni degli insegnamenti buddhisti tibetani mai scritti.

Un manuale per la vita e per la morte e una fonte di ispirazione dal cuore della tradizione tibetana, ‘Il libro tibetano del vivere e del morire’ offre un’introduzione lucida e stimolante alla pratica della meditazione, alla natura della mente, al karma e alla rinascita, all’amore compassionevole e alla cura per i morenti e alle difficoltà e ai benefici del sentiero spirituale.

Il libro ha raggiunto una diffusione di oltre 3 milioni di copie ed è stato pubblicato in 34 lingue e 80 paesi. È stato adottato da varie istituzioni, gruppi e istituzioni, sia mediche che spirituali, ed è utilizzato da infermieri, medici e altri che lavorano nel settore sanitario.

 

 


Estratti da Il Libro Tibetano del Vivere e del Morire

CIÒ CHE NON CAMBIA  (Capitolo 3)

L’impermanenza ci ha ormai svelato molte verità, ma ha in serbo un ultimo tesoro che per lo più è ben nascosto ai nostri occhi, insospettato e non riconosciuto, eppure nostro, nel senso più intimo.

Il poeta tedesco Rainer Maria Rilke dice che le paure più profonde sono come draghi a guardia del tesoro meglio nascosto. La paura che niente sia reale e che niente duri, suscitata dall’impermanenza, si rivela la nostra migliore amica perché ci induce a chiederci: se tutto cambia e muore, che cos’è veramente reale? C’è qualcosa, oltre le apparenze, qualcosa di infinitamente aperto, qualcosa entro cui avviene la danza del cambiamento e dell’impermanenza? C’è qualcosa su cui poter contare, che sopravvive a ciò che chiamiamo morte?

Se riflettiamo su questi interrogativi impellenti, a poco a poco il nostro modo di vedere le cose cambierà profondamente. Con una costante contemplazione e un costante allenamento a ‘mollare la presa’ scopriremo in noi stessi qualcosa di impossibile da etichettare, descrivere o concettualizzare; incominceremo a capire che esso soggiace a tutti i cambiamenti e le morti del mondo. Le distrazioni e i desideri piccini a cui ci condannava il nostro ossessivo aggrapparci alla permanenza cominceranno a sgretolarsi e a dissolversi.

Mentre questo accadrà, coglieremo ripetuti e luminosi barlumi delle immense implicazioni soggiacenti alla verità dell’impermanenza. Sarà come emergere di colpo nel cielo terso e sconfinato, dopo aver passato tutta la vita su un aereo, a volare tra nuvole plumbee e turbolenze. Ispirati ed esaltati da questa nuova dimensione di libertà,  incominceremo a scoprire la profondità della pace, della gioia e della fiducia in noi stessi, che ci riempirà di meraviglia e genererà a poco a poco la certezza che in noi c’è qualcosa che niente può distruggere o alterare, qualcosa che non può morire.
Come scrisse Milarepa:

Per orrore della morte, presi la via delle montagne.
A lungo meditando sull’incertezza dell’ora della morte,
conquistai la fortezza della natura della mente, che non conosce morte né fine.
Ora ogni paura della morte è fugata, svanita.

A poco a poco dunque diventeremo consapevoli della presenza interiore calma e simile al cielo, di ciò che Milarepa chiama “natura della mente che non conosce morte né fine”. Quando questa nuova consapevolezza sarà diventata vivida e quasi ininterrotta, accadrà ciò che le Upanishad definiscono “un’inversione nella sede della coscienza”: una rivelazione personale e assolutamente non concettuale di ciò che siamo, del perché siamo qui e di come bisognerebbe agire. In definitiva, questo equivarrà a una nuova vita, una nuova nascita, potremmo quasi dire una resurrezione.

Non è forse un mistero splendido e risanante che, grazie alla contemplazione costante e intrepida della verità del cambiamento e dell’impermanenza, si giunga progressivamente, colmi di gratitudine e di gioia, a trovarsi di fronte alla verità di ciò che non muta, di fronte alla verità dell’immortale e infinita natura della mente?

LA LOGICA DELLA COMPASSIONE  (Cap. 12)

Tutti sentiamo e riconosciamo per certi versi i benefici della compassione, ma la forza particolare degli insegnamenti buddhisti sta nel dimostrare con chiarezza che essa ha una sua ‘logica’. Una volta capita, questa logica rende la pratica della compassione a un tempo più urgente e universale, più stabile e fondata, perché si basa sulla chiarezza di un ragionamento la cui verità apparirà tanto più evidente quanto più la approfondirete e la metterete alla prova.

Possiamo dire che la compassione è meravigliosa, e magari crederci a metà. In realtà, però, essa resta profondamente assente dalle azioni, che causano, a noi come gli altri, quasi soltanto angustie e frustrazioni, invece della felicità che tutti cerchiamo. Non è allora assurdo che, pur volendo tutti la felicità, le nostre azioni ed emozioni per lo più ce ne allontanino? Quale prova migliore del fatto che la nostra concezione della felicità, e di come la si ottenga, è radicalmente sbagliata?

Realizzare ciò che chiamo ‘la saggezza della compassione’ significa vedere con perfetta lucidità i benefici che ne derivano, ma anche i danni provocati dal suo contrario. Occorre fare una netta distinzione tra gli interessi dell’io e il nostro interesse assoluto, perché tutta la sofferenza viene dal confondere i primi con il secondo.

CONSIGLI DAL CUORE SULL’AIUTO AI MORENTI  (Cap. 12)

La cosa più importante della vita è stabilire con gli altri una comunicazione sincera, libera da paure, ed Emily mi fece capire come questo sia ancora più importante all’avvicinarsi della morte.

Spesso, quando si vanno a trovare per la prima volta, le persone in fin di vita sono riservate e insicure, non sapendo quali siano le intenzioni Nel visitatore. Perciò non aspettatevi che accada qualcosa di straordinario. Siate semplicemente naturali e rilassati, siate voi stessi. Spesso i morenti non esprimono a chiare lettere i loro pensieri e desideri, e chi sta loro vicino non sa cosa dire o fare. È molto difficile scoprire che cosa cerchino di dire, o di nascondere: a volte non lo sanno neppure loro; la primissima cosa da fare è quindi allentare qualunque tensione ci sia nell’aria, nel modo che vi viene più facile e naturale.

Una volta stabilita una base di fiducia e confidenza, l’atmosfera si rilassa da sé, consentendo al morente di dire ciò che gli sta realmente a cuore.  Incoraggiatelo calorosamente a esprimere in totale libertà i pensieri, le paure e le emozioni che prova a proposito dell’imminenza della sua morte. Poter esprimere in tutta franchezza le proprie emozioni, senza doverle dissimulare, è un elemento essenziale in vista di qualsiasi trasformazione, per venire a patti con la vita o morire in pace, perciò occorre dare al morente il permesso e la completa libertà di dire tutto ciò che vuole.

E quando finalmente riesce a comunicare i sentimenti più intimi, non interrompete, non negate e non minimizzate ciò che vi sta dicendo. Queste persone non sono mai state così vulnerabili in tutta la loro vita e dovrete fare appello a tutto il vostro tatto, a tutte le vostre risorse in termini di calore
umano, amore e compassione per far sì che si aprano. Imparate ad ascoltare, a ricevere in silenzio: un silenzio aperto e tranquillo che permetterà loro
di sentirsi accettate. Rimanete il più rilassati possibile, mettetevi a vostro agio. Sedete accanto all’amico o al parente che muore come se non aveste
niente di più importante e di più bello da fare.

Quando la morte si avvicina, le persone hanno bisogno di essere amate incondizionatamente, con un amore libero da aspettative. Non crediate di dover essere in qualche modo ‘esperti’. Siate naturali, siate voi stessi, amici veri, e il morente avrà il conforto di sentire che gli siete davvero vicini, che comunicate con lui da pari a pari, da essere umano a essere umano, semplicemente.

È dunque essenziale darsi almeno la pena di provarci e rassicurare il morente sul fatto che qualunque sentimento egli provi, rabbia o frustrazione, è normale. Morire porta a galla molte emozioni represse fino a quel momento: tristezza, insensibilità, sensi di colpa, persino invidia per chi è in buona salute. Aiutatelo a non reprimere queste emozioni, quando si manifestano. Stategli accanto, quando si frangono le ondate del dolore e dell’angoscia. Con l’accettazione, il tempo e una comprensione paziente, queste emozioni lentamente si placheranno e restituiranno il morente a quello stato fondamentale di serenità, calma ed equilibrio che è profondamente e veramente suo.

Non cercate di far troppo i saggi, non andate sempre in cerca di parole profonde da dire. Non sentitevi in obbligo di fare o dire qualcosa per migliorare la situazione. Siate semplicemente presenti, nel modo più completo possibile. E se siete sopraffatti dall’ansia e dalla paura e non sapete come fare,  ammettetelo apertamente parlandone con il morente e chiedendo il suo aiuto. Questa sincerità vi farà sentire entrambi più vicini e favorirà una comunicazione più libera tra voi. A volte i morenti sanno molto meglio di noi cosa possiamo fare per aiutarli: impariamo dunque ad attingere alla loro saggezza, a lasciare che ci trasmettano ciò che sanno.